SUONA IL MEZZOGIORNO DELLA 1A GIORNATA ED IL PRIMO SORVEGLIANTE CHIAMA AL LAVORO NEL PRIMO GRADO

M.M.

Cosa stai guardando?

A.A. (meditabondo)

Il pavimento a scacchi.

M.M.

Cosa ci vedi?

A.A.

Bianco e nero. Luce e ombra. Posso capire che ci sia luce ma perché anche l’ombra?

M.M.

Cosa è l’ombra?

A.A.

È ciò che sta dietro il solido illuminato, la sua faccia nascosta.

M.M.

Non c’è solo quella.

A.A.

Che altro?

M.M.

Nel caso del solido è ombra propria, ma l'ombra può essere "portata", è ciò che, a differenza del buio, della non-luce, si proietta rispetto alla luce, come un pianeta che "porta" la sua immagine o ombra sulla stella che lo illumina.

A.A.

L’ombra dell’eclissi, l’ombra che sembra ombra ma non lo è. In quest’accezione l'ombra definisce l'oggetto, così come in un racconto di Chamisso, un uomo, che vendette la propria ombra al diavolo, non era più riconosciuto come uomo.

M.M.

Intendi Adelbert von Chamisso, lo scrittore tedesco d’origine francese? Ho sentito parlare del suo racconto "La meravigliosa storia di Peter Schlemihl". Dunque, tu vuoi dire: così come per Peter Schlemihl, l’oggetto perde la sua essenza materiale se non proietta ombra e quindi…

A.A.

L'ombra non è allora entità a sé stante, ma è necessariamente connessa alla luce, è anzi sussistente alla luce. Questo vuol dire che nella nostra scacchiera l'ombra è il significato della luce che a sua volta è significante.

M.M.

E questo vuol dire che …?

A.A.

Non so dare una conclusione.

M.M.

Ragioniamo, la struttura spirituale, per sua definizione può avere luci ed ombre? No, o le une o le altre, al contrario della realtà operativa, sensibile, che con "le sue luci ed ombre" non appare come una struttura materica antitetica alla struttura spirituale. La realtà materica è la necessaria ed immanente struttura dalla quale e solo per la quale la struttura spirituale può esprimersi.

A.A.

Si, ora capisco. Il mondo iniziatico è tale solo perché esiste un mondo profano.

M.M.

E' da questo mondo profano che può avverarsi l'iniziatico, senza di esso non c'è quello iniziatico. Il mondo spirituale, e quello iniziatico, è come la luce che rende "portante" il mondo profano come ombra. La visione massonica è tale solo se completa, ovvero se comprende luce ed ombra e a tutte e due dà il giusto valore.

A.A.

Come affermare che l'ombra, paradossalmente, definisce il mondo della luce.

M.M.

Esatto. L'ombra nella sua accezione di definizione dell'oggetto illuminato è quindi pre-categoriale, perché è la luce a categorizzare l'oggetto nella sua visibilità. L'invisibilità è pre-categoriale così come il senso nascosto del simbolo. E' in questa sua caratteristica di "esistenza antecedente le categorie" che possono svilupparsi gli intrecci o meglio le stratificazioni di sensi che solo lo sguardo maieutico del Libero Muratore riesce a ricomporre unitariamente.

A.A.

Quando sosteniamo che il nostro scopo è quello di recepire le luci del mondo profano e di portare le nostre luci iniziatiche nelle ombre del mondo profano, stiamo proprio dicendo che le nostre luci sono le categorie che danno luogo alle ombre portanti del mondo profano e che queste danno definizione e significato alle luci, alle categorie, proprio perché sono pre-categoriche.

M.M.

Esse sono la struttura di base sulla quale si costruisce il nuovo mondo reale, quello di sole luci.

A.A.

Mi sembra di capire che mentre le luci sono apportatrici di simboli, ma non creatrici, l'ombra è simbolo d’assenza di luce senza essere simbolica.

M.M.

Pensi di no?

A.A.

Beh, pena la contraddizione in termini; l'ombra, infatti, è assenza simbolica perché nell'ombra non si esprimono i codici linguistici del simbolismo.

M.M.

Perché nell’ombra questi non si esprimono?

A.A.

Ma l’ho appena detto. Perché l’ombra è assenza.

M.M.

Non è solo per questo. Nell'ombra, così come nella luce, non c'è nulla di là del proprio apparire.

A.A.

Mi chiedo allora dove sia il simbolismo?

M.M.

Il simbolismo? Qui c'è la scoperta umana, la rivelazione è nella stratificazione di luci ed ombre. Non nell’una cosa o nell’altra. È in questa regione, che non è sola luce e che non è sola ombra, ma tutte e due assieme, che si manifesta la simbologia.

A.A.

Il simbolismo dunque è la mediazione tra il visibile e l'invisibile, è l'indagare sul senso che sta di là delle forme, sul senso che precede le categorie del pensiero.

M.M.

Fai attenzione, il mondo delle categorie non è un mondo preesistente al mondo del significato, ma è conseguente. La preesistenza è nell'assenza delle categorie. E' a questo mondo precategoriale che dobbiamo fare riferimento per comprendere le categorie. E' questo il mondo dell'invisibile, dove non esiste luce e non esiste ombra. E' il mondo dell'Assoluto Uno, il mondo dell’indifferenziato senza essere Caos. È il mondo della Assoluta trascendenza al materico e allo spirituale. Se vuoi, guardando il pavimento è lo spazio tra una casella e l’altra.

A.A.

Ora guardo in modo diverso la scacchiera e mi chiedo un’altra cosa: cosa c'è dietro la scacchiera, di nascosto? Forse c'è l'Assoluto Uno? Allora la scacchiera sarebbe la trama che ci fa afferrare l'incommensurabile. E' forse la griglia di comprensione del precategoriale come esperienza totalizzante?

M.M.

Nella nostra concezione massonica di Verità, il simbolismo è lo strumento indispensabile per la comprensione delle strutture precategoriali, vale a dire le strutture nelle quali troviamo il senso ontologico dell’essere Liberi Muratori; in altri termini, del senso d’emergenza dell’essere persone umane in modo compiuto, lì dove esiste la pura estetica del legame tra azione rappresentazionale e senso esperienziale di quest’azione.

A.A.

M’induci a pensare che nella trama di luci ed ombre della scacchiera si rappresenta il dramma umano della criticità del simbolismo, dove l’evidenza sensibile si coniuga con l’evidenza concettuale e queste trascendono se stesse nell’Azione massonica.

M.M.

Cosa c’entra ora l’Azione massonica?

A.A.

L’Azione del Libero Muratore è il riconoscimento ontologico delle differenze. Ad esempio, la Tolleranza come riconoscimento dell’Altro e quindi riconoscimento dei fenomeni come espressione della molteplicità. È salvazione del molteplice, del contingente, dell’ibrido, del fenomenico senza il quale non si dà la conoscenza.

M.M.

Già, riconosco in questo tuo pensiero Aristotele. Vorresti dunque affermare che questa molteplicità costituisce le fondamenta sulle quali si costruisce l’Azione massonica, perché la molteplicità dà il senso qualitativo ai fenomeni stessi.

A.A.

Riprendendo quanto tu hai detto prima, il simbolismo consente di superare i confini del sensibile senza perdere il suo significato immergendoci nell’ineffabilità dell’Assoluto Uno.

M.M.

Comprendi allora che la nostra scacchiera diventa qualcosa di estremamente complesso. Questa complessità è tale che viene da porsi la stessa domanda di Paul Klee, che annotava sul suo ultimo disegno “Bisogna che tutto sia conosciuto? Ah, io non credo”. Ci sono nelle luci e nelle ombre della nostra scacchiera, “sensi originali”, spiritualità primigenie che è giusto che siano irrappresentabili.

A.A.

Perché dici che è giusto che siano irrappresentabili?

M.M.

Intendo rappresentabili gli strumenti della scienza, ma irrappresentabili gli strumenti della coscienza.

A.A.

La scacchiera massonica è forse la rappresentazione della frattura tra pensare e sentire, che si trascina all’interno della nostra ricerca?

M.M.

Il Libero Muratore che vuol percorrere le trame delle luci e delle ombre della sua “scacchiera interiore” sta forse cercando di conquistare l’impossibile ubiquità del sacro.

A.A.

Torno a guardare il nostro pavimento a scacchi e mi accorgo di una cosa.

M.M.

Che cosa?

A.A.

Perché manca il senso della spazialità nella scacchiera? Perché non so distinguere se la scacchiera è il segno rappresentato in uno spazio o è lo spazio rappresentato nel segno? Non è un gioco di parole. Perché è indefinibile la sua organizzazione spaziale? E' forse la griglia di comprensione del precategoriale come esperienza totalizzante?

M.M.

Non è immagine, perché l’immagine si autodefinisce come “immagine di”, in pratica nel suo rapporto di dipendenza da qualcosa che è altro da sé. Dovrebbe essere simbolo, ma come simbolo si certifica come somigliante e come dissomigliante da qualcos’altro da sé. Da Platone in poi ed i suoi seguaci, come i Neoplatonici, nella scacchiera come simbolo troviamo, infatti, lo schema mimetico del molteplice in equilibrio duale di “immagine/realtà, realtà/idea, doxa/episteme, ombra/luce”.

A.A.

Nel momento che l’immagine è qualcosa che è altro da sé, ne dedurrei che si cristallizza nel Presente.

M.M.

Non lo penso. La scacchiera, quando si fa simbolo si emancipa sia dal Presente sia dalla sua rappresentabilità come immagine, ed acquista uno statuto non assimilabile allo schema mimetico platonico, perché non riferibile ad un altro da sé, in quanto diventa un “in sé” che si esprime come arricchimento dei significati, al punto di diventare significante in sé, quindi costruendo il proprio linguaggio semiotico.

A.A.

Non sono convinto che il pavimento a scacchi sia un simbolo. O almeno che debba essere inteso solo in questo senso di simbolo.

M.M.

Plotino, infatti, già aveva definito l’immagine come un nulla sul cui sfondo appare l’essere, il ritaglio dell’ombra che dà risalto alla luce ed entra nella sfera del tempo circolare. La scacchiera, allora, diventa nella sua rappresentazione sensibile uno specchio, un’accezione pre-simbolica. È, cioè, rappresentazione allegorica dell’immagine in cui questa riscopre se stessa. È luogo di fusione tra alterità e identità. È allegoria e non simbolo.

A.A.

Più guardo questa scacchiera e più mi accorgo che nella scacchiera appare il gioco-ritmo del legame di riferimento di ciascun riquadro ad ogni altro riquadro, ognuno a tutti gli altri, in un alternarsi di semplicità, ove la singola parte è espressione del rapporto con le altre.

M.M.

Causa e conseguenza del vivente rapporto con l’Assoluto Uno.

A.A.

L’ombre e le luci come sostanze che si rispecchiano nell’armonia del Cosmo.

M.M.

È proprio questa rappresentazione interna al canone simbolico che nega il rischio della riduzione dell’immagine della scacchiera a pura apparenza. La scacchiera, invece, come immagine, è afflitta dalla “contraddizione cognitiva”, data dalla pluralità interpretativa delle diverse culture nello scorrere del tempo. Mentre, come nostro simbolo, essa risolve l’ambivalenza individuale caricandosi della molteplicità interpretativa all’interno dello stesso codice linguistico-simbolico.

A.A.

Ma è simbolo o allegoria?!

M.M. (si alza)

… Lavoraci sopra. Ora vai, la giornata è finita, ritira il tuo salario.

 


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