SUONA IL MEZZOGIORNO DELLA 12A GIORNATA ED IL PRIMO SORVEGLIANTE CHIAMA AL LAVORO NEL TERZO GRADO

Questa traduzione è il risultato del fortuito ritrovamento di alcuni scritti su materiali conservati nelle ideali condizioni del deserto e su cui erano annotati, i dialoghi di due Maestri, in un alfabeto di una lingua molto vicina al Tocario della variante B o koucheano. Dopo un faticoso studio è stato possibile ricostruire un testo di cui non si possiedono notizie storiche e di cui anche si dubita della sua autenticità. Le tematiche venute alla luce pongono problemi di non facile interpretazione. Alcuni specialisti interpellati ritengono che le tematiche trattate si riferiscano  probabilmente al pensiero di  due Maestri di un gruppo eretico operante clandestinamente all’interno di una società iniziatica di antiche origini. I nomi dei due maestri sono la trascrizione fonetica di simboli riportati all’inizio di ogni battuta del dialogo.]

 

L.M.:   Lólindir Minyatur (Giovane Maestro)

T.V. :   Tarí Véneanár (Maestro Esperto)

 

…[illeggibile]…

 

L.M.

… così stai respingendo aprioristicamente l’assunto che il [i segni alfabetici chiaramente esoterici sono stati tradotti con i termini approssimativi di:] “Grandioso Assoluto dell’Universo” sia un’espressione metaforica del Dio!

T.V.

Certamente. Non accetto l’idea che il “Grandioso Assoluto dell’Universo”sia riducibile ad una metafora, così come non mi convince l’idea che questo Assoluto possa essere concepito come il principio ordinatore della realtà materiale e spirituale.

L.M.

Perché mai? Molti grandi maestri ritengono che questa visione possa conciliare tante posizioni diverse e spesso ambigue o indeterminate.

T.V.

Ragioniamoci sopra. Intendendo per Grandioso Assoluto il “principio ordinatore della realtà materiale e spirituale”, implicitamente dichiariamo che le due dimensioni della realtà siano ordinate per azione di questo principio e, necessariamente, che questi due aspetti della realtà possano essere disordinati alla loro origine; più semplicemente, che la realtà in sé sia disordinata dall’origine.

L.M.

Vuoi dire che il disordine originario delle realtà è la spiegazione dell’esistenza di un tale principio ordinatore?

T.V. 

Esattamente. Ci troviamo nella strana situazione in cui l’ente o entità subordinata determina l’ente o entità principale, dandogli significato.

L.M.

In effetti, messa così…

T.V.

Aspetta, non ho finito. Dobbiamo anche aggiungere l’importante interrogativo su quale sia la causa necessaria per l'azione del principio ordinatore.

L.M.

È vero. Non basta che ad un principio ordinatore sia connessa la realtà da ordinare, è necessaria anche una giustificazione dell’atto dell’ordinare.

 T.V.

Appunto. Però la “causa necessaria” non la devi intendere come motivazione, invece essa è necessità originaria ed originante, essa prescinde dalla volontà, che invece è presente nella motivazione, cioè la “causa necessaria”  Dobbiamo chiederci: “Se all'origine c'era disordine, da dove scaturisce la necessità di dare ordine?”.

L.M.

 Ma è evidente! La necessità dell’ordinare è insita nella stessa natura del principio ordinatore.

T.V.

Evidenza solo apparente. Piuttosto, ragionando bene ci accorgiamo che se questa necessità è insita nella stessa natura del principio ordinatore, non si giustifica la pre-esistenza di ciò che ordina rispetto a ciò che deve essere ordinato.

L.M.

Mi sto perdendo nelle tue parole. Perché non si giustifica che un principio ordinatore pre-esista a ciò che deve essere ordinato?

T.V.

Ma è evidente! Poiché un principio ordinatore trova giustificazione solo dentro un disordine che deve essere ordinato, non può essere causa prima se non ammettendo che lo stesso disordine, che è successivo, viene generato dal principio ordinatore.

L.M.

Affermare questo genererebbe un’aporia?

T.V.

Credo di si. Si avrebbe un principio ordinatore che crea disordine. Infatti, affermando che  il principio ordinatore è causa prima, si aprirebbe l’altra questione: da dove scaturisce la realtà "disordinata"? Non può essere né preesistente né contemporanea alla causa prima, quella ordinatrice, altrimenti questa non potrebbe essere definita come "prima", quindi deve essere prodotto o conseguenza o emanazione del principio ordinatore.

L.M.

Ora capisco. In tal modo si ripropone la contraddizione già rilevata. Infatti, come può essere concepibile una causa prima ordinatrice emanante una realtà disordinata, se prima abbiamo negato questa evenienza?

T.V.

Al contrario, si deve presupporre che è dal disordine che necessariamente si genera il principio ordinatore; pertanto, il disordine non può che essere la causa necessaria dell’ordine. Disordine ed Ordine sono legati da reciproca necessità ma con l’Ordine funzionalmente definito e determinato dal Disordine.

L.M.

Non ti sembra che ci stiamo di nuovo perdendo tra le parole?

T.V.

Prova a seguirmi. Avendo visto che i concetti di “causa prima” e di “principio ordinatore” generano errore, abbiamo dovuto ridefinire questi in senso di “causa necessaria”, facendo attenzione ad intendere anche che la “causa necessaria” non è la compenetrazione dei concetti di “causa prima” e di “principio ordinatore”.

L.M.

Questo mi sembra un riproporre la questione in termini più corretti.

T.V.

Definito che il Grandioso Assoluto non è l’espressione del divino e chiarito che non è il principio ordinatore della realtà, dobbiamo assumere che l’unica espressione incontrovertibile è la “Realtà”, nella quale agiscono il “principio del Disordine” ed il “principio dell’Ordine”.

L.M.

Fermati, fermati. Avevi prima affermato che la realtà è duplice, c’è la realtà materica e quella spirituale, ora la consideri un tutt’uno. Spiegati meglio.

T.V.

Non ti confondere, non ci sono due realtà ma due aspetti della stessa realtà. Questo è molto importante, infatti, parlando di “Realtà” intendo la realtà nella duplice espressione di materialità e di spiritualità, ma allora dobbiamo ammettere che sussista tra questi due poli della materia e dello spirito un continuum di espressioni diversificate dei due poli, in cui un polo si trasmuta nell’altro.

L.M.

Un continuum di espressioni infinite o quasi?
T.V.

Certo.

L.M.

Un momento, la concezione della Realtà come continuum di infinite sue espressioni implica che la Realtà stessa sia auto-sussistente, in sé determinata.

T.V.

Bravo. La Realtà costituisce un continuum in progressive specificazioni dalla pura spiritualità alla pura concretezza, un continuum che prescinde da un Assoluto a sé estraneo, altro da sé.

L.M.

Questo vorrebbe dire che è il continuum stesso che si determina come Realtà Assoluta!

T.V.

Esatto.

L.M.

Per il Grandioso Assoluto! Ma questo vuol dire la coesistenza o meglio persistenza di un Assoluto, appunto il Grandioso Assoluto, in presenza della Realtà Assoluta. Ciò non può dar luogo che alla domanda: “quale è la relazione tra Assoluto e Realtà Assoluta?”

T.V.

C’è una sola risposta: tra due Assoluti non può sussistere relazione, in quanto l’uno esclude l’altro per definizione di Assoluto. Quindi o l’uno o l’altra sono superflui nei reciproci confronti.

L.M.

A questo punto è necessario specificare che cosa significhi “Realtà Assoluta” e come si rapportino ad essa i principi di Ordine e di Disordine.

T.V.

La Realtà Assoluta in quanto “continuum in progressive specificazioni dalla pura spiritualità alla pura concretezza” implica il carattere di "ordine" insito nella pura spiritualità, “ordine” che si va perdendo con l’assumere il carattere di concretezza, di materialità.

L.M.

La realtà quindi si va “disordinando”, quanto più si materializza?

[qui sembrerebbe che i due antichi Maestri stiano proponendo in termini metafisici il concetto di entropia elaborato dai fisici moderni]

T.V.

La realtà si va “disordinando”, quanto più si materializza e, nel senso inverso, essa riprocedendo verso la pura spiritualità, ritrova ordine. Non si pone dunque la relazione necessaria tra Assoluto e Realtà Assoluta anche per il fatto che il dare ordine da parte dell’Assoluto a questo processo di disordine implicherebbe un’intenzione, un volere, un’azione che non sono espressioni dell’Assoluto, che per sua natura è indifferente.

L.M.

Ciò che legherebbe i due principi di Ordine e di Disordine sarebbe dunque la loro reciprocità.

T.V.

Reciprocità che è da intendersi come causa necessaria del loro sussistere come continuum da realtà spirituale a realtà materica e viceversa.

 

…[illeggibile]…

 

T.V.

Poiché, come detto prima, il principio d’Ordine è insito nella dimensione spirituale della realtà ed il principio di Disordine in quella materica, il riordinamento della realtà allora avviene per l’emanazione stessa della realtà, spontaneamente.

L.M.

L’Ordine, dunque, sarebbe restituito dal ritorno verso la spiritualità assoluta,. pura, di questa concretezza.

T.V.

Concretezza che fattasi universo fino alla sua espressione di pura materia, restituisce l'Ordine.

L.M.

In che relazione si pone l’Assoluto con questo processo, con la Realtà Assoluta?

T.V.

L’Assoluto non può sussistere né in relazione alla Realtà Assoluta né rispetto a se stesso. Ciò che sussiste è la sola Realtà Assoluta. C’è una questione ancora più importante, la questione dell’Uomo all’interno del continuum della Realtà Assoluta, ovvero, come si colloca l’Uomo all’interno di questa Realtà?

L.M.

Giusto. L’Uomo fa parte di questa Realtà, credo.

T.V.

L’Uomo è realtà o meglio è un aspetto della realtà ma tutto speciale rispetto alle altre forme di realtà.

L.M.

Questo mi consola non poco.

T.V.

Nell’Uomo riconosciamo la sua concretezza ma anche la sua spiritualità, ciò significa che l’Uomo rappresenta, nel particolare, l’universale della Realtà Assoluta.

L.M.

Spiegati meglio.

T.V.

Perché nell’Uomo, nella sua concretezza, è presente la scintilla ordinatrice, conservatasi dal processo di allontanamento dalla pura spiritualità, che gli consente di rifare il percorso inverso.

 

…[illeggibile]…

 

T.V.

Solo in una concezione di metafisica assoluta, si può concepire la realtà come Realtà Assoluta estranea da ogni significato, riferimento, connotazione di tipo religioso. La Realtà Assoluta è priva di connotazione divina, è intesa come pura astrazione metafisica, avulsa da ogni determinazione umanamente concepibile.

L.M.

Il Grandioso Assoluto, allora, se non si vuol cadere in aporie logiche, metafisiche o religiose, non può essere concepito che come pura astrazione, come rappresentazione della Realtà Assoluta. In tal modo non lo si investe o ammanta di religiosità.

T.V.

Giustissimo. L’Assoluto, poiché pura espressione metafisica, non può essere limitato e concretizzato nell'essere un principio ordinatore. Se non si vuol cadere in forme confuse e contraddittorie di spiegazione, il Grandioso Assoluto deve essere inteso come espressione segnica di questa assolutezza della Realtà e non come realtà in sé sussistente.

L.M.

Che cosa intendi per espressione segnica?

T.V.

Che è “segno” di qualcosa. Quando scrivo o dico “volpe” questa parola è il segno che distingue e specifica un tipo particolare di animale. Il segno è qualcosa che specifica una cosa reale ma non è la cosa. Quindi non è reale.

L.M.

Vorresti allora dire che la denominazione di Grandioso Assoluto dell’Universo ha valore solo segnico, come insieme di parole prive di significato esplicativo, avendo solo valore     ?

T.V.

Proprio così, “Grandioso” dichiara l’assolutamente grande, distinto da tutto ciò che non è così assolutamente grande. “Assoluto” dichiara l’assoluta realtà di continuum espressamente articolato,

“dell'Universo” dichiara l'assoluta realtà che comprende ciò che è realtà spirituale e materiale. Usando le parole Grandioso, Assoluto, dell’Universo dichiaro senza nulla spiegare..

L.M.

Dunque ”Grandioso Assoluto dell’Universo” è l’espressione linguistica umana per definire l'Assoluta Realtà metafisica.

T.V.

Assoluta Realtà nella quale si esplica la massima aspirazione dell'essere umano che vuol superare le limitatezze del suo essere cosa concreta, procedendo nel “continuum in progressive specificazioni dalla pura spiritualità alla pura concretezza”.

L.M.

È dunque nella Realtà Assoluta che tu vedi l’Uomo esprimersi compiutamente?

T.V.

E dove altrimenti?

 

…[illeggibile]…

 

T.V.

Il nostro pensiero [intraducibile: forse, iniziatico? esoterico?] depurato, purificato, da ogni connotazione religiosa, ripristina così la sua valenza di espressione metafisica dei bisogni umani, sia spirituali sia materiali.

…[illeggibile]

L.M.

Se la Realtà Assoluta è in sé determinata, senza relazione con alcunché, vuol dire che è eterna?

T.V.

Il carattere di assolutezza posseduto dalla Realtà non implica necessariamente il carattere di eternità. Questo è un falso problema, che tu poni come se stessi dando una qualificazione deistica, religiosa alla Realtà Assoluta. Abbiamo concordato che questa non è né una divinità né un’espressione della divinità. “Eterno” è qualcosa che si contrappone a “temporaneo”, ma queste sono aggettivazioni che fanno parte del mondo sensibile.

L.M.

Vuoi dire che questa connotazione di temporalità si giustifica solo nella dimensione della realtà  materica?

T.V.

Nell’assoluto metafisico non esiste la categoria tempo, quindi né l’eterno né il temporaneo, ciò significa che la Realtà Assoluta è priva della connotazione della temporalità. Tuttavia ciò che affermi implicitamente con la tua domanda non è in sé errato. Nel continuum di progressive specificazioni dalla pura spiritualità alla pura concretezza della Realtà Assoluta la temporalità è insussistente nel polo della spiritualità pura e si va concretizzando in misura maggiore quanto più si va definendo la realtà sensibile.

 

[Il supporto qui si interrompe, forse per distruzione naturale o umana]

 

SUONA LA MEZZANOTTE DELLA 12A GIORNATA ED IL PRIMO SORVEGLIANTE CHIAMA AL RIPOSO NEL TERZO GRADO

 

περ δει ποιησαι

 

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