SUONA IL MEZZOGIORNO DELLA 6A GIORNATA ED IL PRIMO SORVEGLIANTE CHIAMA AL LAVORO NEL SECONDO GRADO

 

C.D.M.

Maestro…

M.M.

Ma che belle occhiaie che hai! Hai proprio l’aria di chi ha passato la notte in bianco.

C.D.M.

Ho pensato a lungo a proposito del concetto di verità. Sono arrivato alle conclusioni che la verità risiede nella sua ricerca, non nella sua conquista.

M.M.

Hum! Un concetto per nulla semplice. Ma a che serve?

C.D.M.

Non lo so ancora del tutto. Però mi sembra un buon inizio.

M.M.

E allora?

C.D.M.

Allora, mi chiedevo: se bello e brutto, giusto e sbagliato, sono forme diverse per dire vero o falso, allora, io sto ponendo il discorso estetico o etico in maniera concatenata al discorso sulla verità o falsità.

M.M.

Proprio così. E che cosa ne deduci da questa tua scoperta?

C.D.M.

Che estetica ed etica non possono essere disgiunte dalla logica.

M.M.

Questo, però, è quello che non accade oggi. Chi, oggi,  troverai dire che una favola è vera o falsa? Che una poesia è vera o falsa? Che un mito, un racconto o un romanzo di fantasia sono veri o falsi?

C.D.M.

O che una sonata di Mozart è vera o falsa?

M.M.

Ti rendi conto che nella nostra epoca e cultura, ci troviamo nella estrema difficoltà di unificare il criterio di verità con quello estetico o etico?

C.D.M.

Ora me ne rendo conto. E da quando ciò accade?

M.M.

Vattimo dice che ciò avviene dalla fine del pensiero metafisico, sotto l’orgoglio del pensiero positivista. Questo è indubitabile. Oggi, infatti, è terribilmente difficile scrostare dalla nostra mente questa sovrastruttura ideologica. Eppure…

C.D.M.

Eppure?

M.M.

Noi Liberi Muratori non siamo convinti dell’esattezza di questa equazione logica: bello-brutto diverso da vero-falso. Ciò violerebbe certe nostre esigenze.

C.D.M.

Quali esigenze?

M.M.

Quelle del percorso esoterico.

C.D.M.

Ma questo non lo dicevano già i greci?

M.M.

Affianchiamoci al loro pensiero e percorriamo una strada parallela. Nel percorso esoterico ed anche, se vuoi, in quello, più latamente, spirituale, queste equazioni si annullano. Tu hai detto prima che bello/brutto è estetica e che giusto/sbagliato è etica. Tali distinzioni sono certamente valide nel mondo profano, ma  queste ripartizioni non valgono più, anzi direi, non vale neppure il criterio vero/falso, nel pensiero esoterico.

C.D.M.

Mi fai venire i brividi al cervello. Ti prego di limitarti a stare su un piano più umano, almeno per me.

M.M.

È vero, è troppo presto. Allora… diamo per scontato che noi, Liberi Pensatori, non vogliamo precluderci nessuna via del pensiero. In tal modo è necessario presumere che l’estetica può entrare nell’area della logica, in altri termini, che bello/brutto lo possiamo riconciliare con vero/falso. Alla fine, che quando dico bello/brutto con ciò voglio intendere anche vero/falso.

C.D.M.

In che modo?

M.M.

Acquisendo una coscienza estetica, etica e morale, nei diversi campi.

C.D.M.

E con ciò? Che c’è di molto diverso dai greci?

M.M.

In tal modo, si squarcia il sipario che separa i diversi campi dell’esperienza umana. Se incominciamo a considerare la relazione vero/falso come esperienza e non come concetto assolutistico, astrattamente ed umanamente universale, tutta la prospettiva cambia. E se estendiamo a ciò anche la relazione bello/brutto e giusto/sbagliato come esperienze, tutto diventa più semplice e comprensibile.

C.D.M.

Una specie di rasoio di Ockham.

M.M.

Da usare con molta discrezione. Intendo, per coscienza, la rivisitazione critica del pensiero che ha separato i due campi dell’esperienza umana come inconciliabili tra loro. Perché dobbiamo considerarli inconciliabili?

C.D.M.

Già, perché?

M.M.

Perché se vero/falso è esperienza alla pari di brutto/bello, non c’è differenza logica tra loro e se non c’è differenza…

C.D.M.

Non c’è inconciliabilità. Ma siamo sicuri? Non rischiamo di cadere di nuovo nel paradosso, negando la teoria dei tipi di Russell? Mischiare vero/falso con bello/brutto non è un mettere la capra coi cavoli, distruggendo tutto?

M.M.

Già… la logica! Ma qui non stiamo facendo della logica ma del pensiero esoterico!

C.D.M.

Mi vuoi confondere?

M.M.

Proprio così. Dalla confusione nasce un nuovo pensiero. L’esoterismo è anche un modo di pensare che viola gli schemi usuali della logica. O meglio, una diversa logica. La logica dell’esperienza intesa non solo e non principalmente come l’esperire della fattualità. Prova ad “intuire” l’esperienza come qualcosa che opera nel mondo sensibile ma anche nel sovrasensibile, un fare che si identifica con l’essere, un operare nel campo del metafisico. Certamente ciò è una violazione dei tipi logici di Russell, è un cadere nella contraddizione del mondo sensibile, logico, razionale. Ma non ti poni la domanda che…

C.D.M.

Che questo mondo non è il solo esistente.

M.M.

Appunto. Noi perseguiamo una via di perfezionamento e ciò vuol dire che è nostro diritto e dovere percorrere strade altre da quelle del mondo profano. Che tipo di Uomo noi vogliamo realizzare nella via del perfezionamento?

C.D.M.

Un uomo eticamente e moralmente realizzato, formato dalla conoscenza per affrontare sia il mondo iniziatico che profano.

M.M.

Solo questo?

C.D.M.

No. Deve essere anche un uomo spiritualmente completo.

M.M.

Cioè un Uomo Totale, saldo nei principi ed integro nello spirito, un Uomo in cui la sapienza e la conoscenza si fondono in un sapere/essere superiore. Il nostro è un sapere diverso da quello profano. Senza rifiutare ciò che il sapere profano ha di giusto, buono e vero, noi trasformiamo questo sapere profano con i nostri strumenti di Liberi Muratori in sapere diverso.

C.D.M.

Il sapere iniziatico?

M.M.

Non proprio. Il sapere iniziatico è di più, nasce dalla conoscenza dei misteri, dall’apprendimento esoterico. Del sapere profano noi distilliamo, con gli strumenti dell’esoterismo, la verità che in esso è insita, filtrando e scartando le false antinomie e le sue aporie, come appunto le distinzioni vero/falso, bello/brutto, giusto/sbagliato, religioso/sacro e tante altre. Questa è la via della Libera Muratoria, la via del perfezionamento, la via dove le distinzioni si annullano in una Verità suprema.

C.D.M.

È un cambiamento globale delle prospettive, un disintegrarsi di tutti i principi ai quali siamo stati educati nella vita profana. Mi stai chiedendo di ragionare nei termini di un treno che viaggia sui binari…volando nello spazio come un aereo che si muove nelle tre dimensioni. Sarò mai capace di tanto?

M.M.

Non lo sappiamo, né io né tu. Lo scoprirai durante il percorso.

C.D.M.

Più facile a dirsi che a farsi.

M.M.

Questa è una tua credenza. Perché tu credi, ancora, che solo ciò che risponde ai criteri del metodologismo scientifico sia vero o falso. Fuori dalla scienza tutto diventa indistinto, quindi non logico, non rispondente al vero/falso. Nel mondo profano solo l’esperienza scientifica, dei soli dati di fatto, senza qualificazione etica o estetica, è quella sottoponibile al criterio di vero/falso. Questo è ciò che volenti o nolenti, consciamente o inconsapevolmente, facciamo in ogni istante della nostra giornata profana. Tuttavia, ciò che dobbiamo imparare, come Liberi Muratori, è vedere il carattere o meglio la sostanzialità ontologica delle manifestazioni umane non-logiche, non-metodiche.

C.D.M.

L’aspetto ontologico dell’esperienza non scientifica?

M.M.

L’esperienza estetica ed anche, per altri aspetti, quella etica, violano questo principio del vero/falso. Tali esperienze non appartengono al mondo scientificista, esse, nel mondo profano rispondono ad altri criteri che non sono quelli de vero/falso. Il criterio vero/falso è limitato alla sola esperienza scientifica e questo per il semplice fatto che sono esperienze, che sono vissuti e non perché sono degli universali.

C.D.M.

Mi stai dicendo che questa è una credenza, un’ideologia?

M.M.

L’ideologia della razionalità, la dea Ragione. Una delle tante violazioni alla nostra concezione di Ragione. Vattimo nella sua intervista su poesia e ontologia, e riprendendo il libro “Verità e metodo” di Gadamer, osserva che l’esperienza estetica rappresentata dalle avanguardie del primo novecento, rivendica proprio, contro l’estetismo ingabbiante di un Croce o dei neokantiani tedeschi, il diritto dell’arte ad affrancarsi da tale logica riduzionistica. Come vedi, nel sapere profano ci sono i germi per la sua salvezza in un sapere superiore.

C.D.M.

Provo a fare un salto indietro. In questo contesto, una tavola presentata in loggia, anche se tratta di argomenti esoterici, mitici, filosofici o più in generale muratori ha sempre e comunque il crisma del vero/falso? Voglio dire, non c’è solo un giudizio di fatto ma anche un giudizio di valore, che può essere non solo estetico e/o etico ma anche di verità?

M.M.

Certamente, in quel senso che Gadamer dichiara con la sua formula “si fa esperienza di verità, quando si fa vera esperienza”. Attenzione, però! Gadamer si muove su una dimensione strettamente umana. Per noi Liberi Muratori la valutazione dei nostri lavori è la fusione tra tutti i vari criteri. Se “sentiamo” che una tavola è “brutta” o “sbagliata” o “ingiusta”, drizziamo le antenne della nostra intelligenza intuitiva per dare l’estrema valutazione se è vera o falsa.

C.D.M.

Dunque , un quadro brutto è falso?

M.M.

Per te, un quadro bello che suscita in  te un’esperienza di crescita, può essere falso?

C.D.M.

No certo! In termini più semplici, ciò significa che ogni esperienza estetica, la lettura di una poesia, come la visita ad un museo, l’ascolto di una musica come la visione di un tramonto suggestivo, ci cambia la vita.

M.M.

Perchè cambia la nostra visione del mondo. Modifica ed integra la nostra weltanschauung, la nostra visione del mondo.

C.D.M.

Un momento, che cosa intendi precisamente per visione del mondo?

M.M.

Di base, mi richiamo al senso che gli diede Dilthey scrivendo nel 1911 “I tipi di visione del mondo”, cioè, il modo di rapportarsi alla realtà nel suo insieme; però senza il forte carattere di storicizzazione che lui diede al concetto. La weltanschauung della Libera Muratoria caratterizza i dati del mondo profano, come quelli culturali, artistici, filosofici in una armonia globale, per sempre. Noi distilliamo l’Altro dalla realtà profana e ne assimiliamo l’Essenza.

C.D.M.

Hegel diceva che ogni volta che incontriamo l’Altro e lo assimiliamo, non lasciandolo nella sua estraneità, noi diventiamo Altro rispetto a ciò che eravamo.

M.M.

Il razzista, anche lui, incontra l’altro da sé, ma rifiutandolo lo lascia estraneo, quindi non lo integra come propria esperienza e di conseguenza lui non si modifica. Rimane necessariamente razzista.

C.D.M.

Ogni volta che torno da un viaggio, sento che non sono più me stesso. Forse, perchè mi immergo nell’ambiente che visito e, pur sapendo che sono solo un visitatore di quel ambiente, tuttavia cerco di afferrare quanto più posso; anche per questo evito gli altri turisti e mangio solo cibo locale, mi sposto con mezzi locali, dormo in posti locali.

M.M.

Il tuo viaggio diventa esperienza, che ti modifica, che te ne accorga o meno questo è quello che tu cerchi. Fai una esperienza di verità, da apprendista del mondo, a differenza di quei viaggiatori che si portano appresso tutti i loro pesanti bagagli di valori e giudizi e che si sentono sicuri solo in un ambiente che ricrea quello loro d’origine.

C.D.M.

In che cosa effettivamente, sostanzialmente si distingue questo viaggio d’esperienza da quel altro?

M.M.

Dal fatto che l’esperienza scientifica fa riferimento, cioè riconosce, solo le leggi generali, quelle che governano i dati oggettivi. Ciò che non fa riferimento ai dati sensibili, ai principi generali è o non è esperienza di verità?

C.D.M.

A questo punto direi che è, anche essa, esperienza di verità perché è vera esperienza.

M.M.

Vattimo, sempre nella sua intervista, rivendica a Heidegger il primato di questa riconciliazione tra arte e verità, chiamando l’opera d’arte: “messa in opera della verità”.

C.D.M.

Propriamente che cosa vuol affermare Heidegger?

M.M.

Questo filosofo, con la sua opera “L’origine dell’opera d’arte” del 1936, ristruttura il concetto di verità, negando che questa voglia significare la corrispondenza tra una proposizione e uno stato di cose.

C.D.M.

Spesso, tuttavia, si dice che nella poesia si trova la verità.

M.M.

È vero, ma in senso specifico. Nel senso che con la poesia si possono dire delle cose vere, rispetto all’essenza dell’uomo, ad esempio, o della natura o delle vicende umane. La poesia diventa una descrizione della verità.

C.D.M.

Come i proverbi, che quasi sempre sono espressi in versi, facili da ricordare e a tutti comprensibili.

M.M.

I proverbi sono delle metafore, come quelle poesie che descrivono la verità sono dei mezzi d’apprendimento. Sono arte? Non credo.

C.D.M.

E dunque?

M.M.

Heidegger intende per arte non una semplice descrizione del reale, bensì un’apertura di un orizzonte di possibile descrizione della realtà. Una tra le tante.

C.D.M.

Questa dell’arte, mi sembra una verità parziale, soggettiva, una possibilità come tu dici.

M.M.

Non è così, sforzati, non è difficile da capire, lo dice anche Vattimo,. Per descrivere la realtà noi usiamo degli strumenti, vero?

C.D.M.

Certo, le parole.

M.M.

Ed anche i “presupposti”, sui quali ci fondiamo per afferrare quella realtà. Presupposti e parole, o i paradigmi, che stanno prima, necessari per descrivere con esattezza quella realtà. Ma per validare quelle parole e quei presupposti abbiamo bisogno di altre parole e di altri presupposti che stanno ancora prima, e così via all’infinito.

C.D.M.

Mi sembra la denuncia di Marx nei confronti dell’ideologia: enunciando un criterio, o meglio, un sistema di criteri, non enunciamo una verità ma un vissuto, un’appartenenza.

M.M.

Guardando allo specchio i nostri occhi, non descriviamo i nostri occhi ma ciò che gli occhi vedono.

C.D.M.

Certo, anche la stessa descrizione degli occhi la facciamo con gli occhi, quindi in realtà non vediamo gli occhi, ma gli occhi vedono l’occhio. Questo è però ovvio.

M.M.

Non dal punto di vista filosofico, cioè della ricerca della verità.

C.D.M.

In che senso, allora, la poesia dice la verità?

M.M.

Con la poesia noi non diciamo la verità, intesa come corrispondenza corretta tra la parola e ciò che la parola descrive. Con la poesia noi diciamo la verità dell’orizzonte al quale apparteniamo dicendo delle specifiche verità.

C.D.M.

In altri termini dalla poesia noi possiamo ricavare delle verità?

M.M.

Per nulla. Che verità troviamo nelle poesie? A guardar bene, troviamo delle verità molto banali. Le verità espresse in modo proposizionale si rivelano come cose che tutti sanno: “il tramonto è bello”, “la vita è difficile”, “l’uomo è buono” oppure “è cattivo”. Pensa alla famosissima poesia di un solo verso: “m’illumino d’immenso” e allora? È stata coniugata l’immagine con lo spazio. Che c’è di diverso da un qualunque tramonto o alba? Molto deludente come scoperta di una verità proposizionale..

C.D.M.

Non capisco allora dove sia questa verità nella poesia.

M.M.

Ma l’ho già detto! Nell’orizzonte nel quale ti gettano i versi. Nella possibilità che ti si apre di conoscere te stesso ed ancora prima nella consapevolezza di te stesso. Ciò è forse una descrizione della realtà? La poesia descrive te?

C.D.M.

Certo che no!

M.M.

Infatti, la poesia ti porta a consapevolizzare te stesso, la verità che è in te; anche attraverso la descrizione della verità enunciata del tramonto, come vissuto esperienziale, poetico. Tu vivi la scoperta che in te esiste l’universo ti fa essere figlio della luce. Pensaci: in realtà “m’illumino d’immenso” sono versi esoterici come pochi, forse il massimo.

C.D.M.

Credo di capire. La poesia, l’arte in genere, non propone una verità scientificamente dimostrabile, con proposizioni oggettive, ma mi apre alla possibilità di una nuova esperienza che se vissuta come vera, diventa verità. A me si aprono le porte esoteriche ad una realtà Altra.

M.M.

Finalmente! Vedi che tutto sommato il discorso è semplice? Noi con l’arte non descriviamo la realtà, facendo verità, bensì, la possediamo. Scopriamo che in essa noi ci viviamo, senza però essere capaci di esprimerla. Non vediamo l’orizzonte e non possiamo descriverlo, sarebbe una contraddizione in termini, ma questo non vuol dire che non possiamo entrare in questo orizzonte nuovo.

C.D.M.

Se non possiamo descriverlo, come possiamo coglierlo e possederlo?

M.M.

Usando altri strumenti che non sono quelli scientifici. Sono, appunto, quelli dell’arte, del metascientifico, che si trasmuta per sua natura in metafisico. Anche il semplice sforzo di comprendere un nuovo orizzonte è cambiare se stessi. Vuol dire voler fare una nuova esperienza, a ben guardare il solo volerlo fare, è già una esperienza di verità.

C.D.M.

Le verità dell’arte non sono certo verità utili alla vita pratica. Lo hai detto tu. La sua verità è altro.

M.M.

Cioè?

C.D.M.

Credo che sia una verità non enunciabile con gli strumenti della logica, della razionalità. Direi che non è neppure un enunciato, che possa essere trascritto su un libro. È un’esperienza

M.M.

È l’esperienza estetica.

C.D.M.

In conclusione, non esiste una verità oggettiva.

M.M.

Se intendi per verità oggettiva, una verità storicamente universale, no. Questa non esiste, secondo Heidegger. Per lui la verità cambia, si contraddice. Molti epistemologi concordano con Heidegger, come Khun, affermando che un  paradigma scientifico si fonda su presupposti ed assiomi. Se si volessero dimostrare anche questi, avremmo bisogno di paradigmi più ampi, continuando all’infinito. Il paradigma non è provabile.

C.D.M.

Scusa, ma questa relazione con gli epistemologi come Khun non lo trovo convincente. Addirittura lo considererei un argomento tautologico.

MI

Perché?

C.D.M.

Perché tu dici che Heidegger afferma un principio generale e che ciò è avvalorato da quello che gli epistemologi dicono rispetto ad un particolare, la scienza. Un principio generale non può essere confermato nella sua universalità dal particolare, tutto al più il contrario. Ciò che è valido per la scienza, il particolare della sapienza, può avvalorare il generale, la conoscenza, solo per quanto la riguarda, non di più.

M.M.

Tu vuoi dire che è il generale a dare validità al particolare. In effetti, quando si parla di arte come “messa in opera della verità” si intende proprio questo, che la verità è espressa da paradigmi che cambiano e con essi la stessa verità. Però ciò vorrebbe dire che la verità, in sé, è storica, storicamente mutevole, come l’arte.

C.D.M.

Non credi che siamo sempre nel campo del particolare: arte, scienza, etica, morale, e così via? La verità, in sé è o non è qualcosa di diverso dal di per sé?

M.M.

Su questo cadono molti dubbi. In questo modo tu distingui tra una verità immanente ed una trascendente. È così?

C.D.M.

Se intendiamo per verità immanente quella che si riferisce alla corrispondenza tra parola ed oggetto rappresentato dalla parola e se intendiamo per verità trascendente quella che estrae dall’oggetto l’essenza che non può essere espressa dalla semplice parola ma solo dal giudizio di fatto e conseguentemente di valore, credo che sia così.

M.M.

Hai sviluppato questi miei pensieri in un verso a cui non pensavo.

C.D.M.

Sei un Maestro, impari da tutti, anche da un Compagno.

M.M.

Non ti montare la testa. Anche se in questo caso hai ragione. Sto apprendendo, perché sono un Maestro.

C.D.M.

Tu hai distinto tra verità immanente e verità trascendente, questo pone la domanda: c’è un’unica verità? Dovrei dire che non è una sola, altrimenti basterebbe un’unica prima opera per rendere inutili le successive. Invece sono tutte diverse e questa diversità apre diversi orizzonti e diverse prese di coscienza, diverse esperienze, diverso modo di essere e crescere umanamente e spiritualmente.

M.M.

Fino ad ora hai marciato benissimo, ma ora ti stai impaludando.

C.D.M.

Perché?

M.M.

Innanzitutto, perché immanente e trascendente possono essere i due aspetti della stessa verità e non due verità distinte, come non credo che siano. In secondo luogo, perché il fatto che la verità della prima opera renderebbe inutili le successive perché queste sono aperture a orizzonti diversi e quindi esperienze diverse, vuol dire solo che tali verità sono parziali, substanziali ad una verità assoluta, che appartiene alla prima opera e questo non nega l’esistenza di verità parziali.

C.D.M.

Non è chiaro.

M.M.

Voglio dire che una verità assoluta non nega in sé e di per sé delle verità parziali, ma ciò non vale necessariamente al contrario. Da una verità assoluta non possono che scaturire delle verità parziali, mentre da verità parziali non necessariamente  scaturisce una verità assoluta. Bene, bene, credo che farò una tavola su questo pensiero.

C.D.M.

Ma il pensiero è mio.

M.M.

E allora? In loggia non esistono pensieri tuoi, i pensieri sono di tutti.

C.D.M.

Almeno spero che citerai la fonte.

M.M.

Cioè te?

C.D.M.

Si

M.M.

Che importa citarti?! Non hai capito che i Fratelli di loggia sono una banda di ladri?

C.D.M.

Come sarebbe a dire!

M.M.

Certo, tutti rubiamo a tutti, le idee. Non esiste tra noi il diritto d’autore.

C.D.M.

Beh, citare almeno chi per primo ha avuto l’idea, mi sembra cortese.

M.M.

Ma che cortese!  Siamo ladri del pensiero. Più un pensiero è giusto e bello e vero e più ce ne appropriamo, lo facciamo nostro. Non ti sembra giusto?

C.D.M.

La metti nei termini del vero/falso in campo etico?

M.M.

Si

C.D.M.

Hum!!

M.M.

Non ti garba, lo capisco. Ti vuoi il primato dell’idea.

C.D.M.

Almeno il riconoscimento.

M.M.

Allora vuoi sapere che riconoscimento ti do? 

C.D.M.

Dal tuo tono ho capito. mi toccheranno tre mesi di tempo in più alla mia elevazione.

M.M.

No, poverino. Sei mesi!! Ora vai a triturare la tua vanità nel mortaio della conoscenza, per altri sei mesi. E pesta bene!

C.D.M.

Povero me! Dovevo pensare di più, prima di parlare!

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